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“Tre tazze di cioccolata” di Care Santos [Domino letterario]

Buongiorno!

Questa settimana sono rimasta un po’ assente sul blog per alcuni impegni, ma oggi mi rifaccio con la recensione per il Domino letterario, l’appuntamento di fine mese che vi e mi porta a spasso tra blog per scoprire i libri che, anche questa volta, hanno preso parte alla catena letteraria! Inizia proprio oggi e io sono la seconda, collegandomi a Silvia di Ragazza in rosso 😊


Sara, proprietaria di un negozio che a Barcellona è sinonimo stesso di cioccolato, è fiera di continuare la tradizione di famiglia. Prima ancora di lei Aurora, la cui madre era al servizio di una famiglia borghese del XIX secolo, per la quale il cioccolato è qualcosa di proibito e peccaminoso. E all’inizio di tutto c’era Mariana, moglie del cioccolataio più famoso del XVIII secolo, inventore di una macchina prodigiosa. Care Santos, narratrice magistrale, racconta di un’unica dolce passione che unisce destini e segna la vita delle sue protagoniste attraverso tre secoli di storia. Un viaggio nel tempo che ha profumo e sapore, in cui ogni pagina è inebriante come una droga leggera.

C’è una bellezza indiscutibile, diversa, in ciò che siamo riusciti a salvare.

La storia di una cioccolatiera e delle tre donne che l’hanno portata attraverso tre secoli di storia, dalla Barcellona del 1777 alla stessa città degli anni 2000. Un viaggio nel tempo, nella storia e nelle vite di Mariana, Aurora e Sara, è questo il romanzo di Care Santos, ma in senso inverso, perché il punto di partenza è la fine della lunga esistenza di una cioccolatiera di Sèvres, la sua rottura e il tentativo di riparare qualcosa che forse non si può aggiustare.

«Dentro agli oggetti vivono storie e voci che li raccontano» diceva Sara anni prima. «A volte quando tocco la cioccolatiera di porcellana bianca, mi sembra di sentirle».

Ad aprire la “fine” di questa storia sono Sara, Max e Oriol, tre quarantenni legati da anni di amicizia e amore, che vedono nella cioccolatiera sbeccata e imperfetta il simbolo del loro rapporto, di come ha avuto inizio e del suo, precario equilibrio. Max e Sara sono sposati, ma nel loro rapporto è compreso anche l’amico di una vita, colui che è sempre stato presente, nel bene e nel male delle esperienze vissute insieme, colui che (un aspetto che un po’ mi ha delusa, soprattutto per il personaggio di Max) finisce per essere l’ago della bilancia nella vita di Sara, brillante maître chocolatier catalana e rivale di Oriol in tutto ciò che riguarda il cioccolato. E la cioccolatiera decorata con l’enigmatica scritta “Je suis à Madame Adelaïde” (“Appartengo a Madame Adelaïde”), che è grande abbastanza da contenere tre tazze esatte di questa scusa e densa bevanda, li rappresenta pienamente: insostituibile, delicata, imperfetta, fragile, resistente perché accompagnata dall’amore di chi è disposto a tutto pur di prendersene cura, anche a soffrire e a farsi da parte.

La cioccolata, come le persone, è una microstruttura estremamente complessa, per questo è meglio non toccare nulla, fare le cose per bene. Adesso capisci? Io non voglio affatto che la mia relazione con Sara cambi. […] Non ne voglio nessun’altra. Non voglio una Sara imbarazzata, colpevole, in preda alla tristezza. Una donna del genere non sarebbe la nostra Sara, non trovi? La mia Sara.

Ha la ruvidezza della ceramica appena finita di cuocere. La ruvidezza che devono avere le cose belle viste dal di dentro. La ruvidezza del passare degli anni.

La cioccolatiera di Aurora, leggermente sbeccata ma ancora molto bella, rappresenta tutto ciò che lei sente di non meritare ma è anche, e soprattutto, il simbolo di un’amicizia con Càndida, moglie di Sampons, una relazione che racconta le due facce dell’animo femminile nella splendida Barcellona, attenta e interessata più alla reputazione che al vero carattere delle persone che la abitano. Ed è attraverso la famiglia Sampons, alla sua tradizione nella lavorazione del cioccolato, che viene steso il secondo ponte verso il passato. Con l’interludio “Sbrecciatura” si conosce come è andato perduto il piccolo bastoncino di legno necessario a mescolare la cioccolata, o perché c’è quel piccolo segno lungo il beccuccio, quell’imperfezione che collega alla seconda proprietaria della cioccolatiera: Mariana, moglie del famoso maître chocolatier settecentesco che ha inventato una macchina incredibile, capace di fabbricare da sola la polvere e la pasta dalle fave di cacao.

Ma non l’hai capito? Sei una donna! Le donne non possono essere maestri di nessuna professione. Non puoi avere tu quest’apparecchio. Hai bisogno di un uomo.

Mariana è una donna del ‘700 e come tale si vede relegata in secondo piano, in qualunque aspetto della vita, ma soprattutto quello del lavoro e della produzione di cioccolato. Tutti cercano suo marito Fernandes e nessuno vuole riconoscerle il diritto di potersi occupare da sé della propria bottega, tutti tranne (forse) Guillot, delegato francese incaricato da Madame Adelaïde di contattare Fernandes e ottenere da lui la speciale miscela di cacao che l’originaria proprietaria della cioccolatiera e sua sorella adorano. È così, dalla Francia pre-rivoluzionaria a una Barcellona teatro di intrighi e sotterfugi politici, che la cioccolatiera fatta con porcellana di Sèvres incontra la sua seconda custode, diventando per lei il dono e il riconoscimento al valore del suo lavoro e della sua voglia di affermazione. Un’affermazione scaturita anche da colei che ha dato inizio al viaggio di quella speciale e longeva cioccolatiera, Madame Adelaïde, figlia e nipote dei re di Francia, che con la sorella ha portato in Europa il suo amore per una bevanda magica. Tre tazze di cioccolata di Care Santos è un viaggio a ritroso nella storia di Barcellona e del suo legame con il cioccolato, costruito attorno a tre momenti chiave nelle vite di tre donne diverse tra loro. In una narrazione suddivisa in tre parti e mai uguale (si passa da un racconto in terza persona per Sara in “Atto primo: PEPERONCINO, ZENZERO E LAVANDA”, a un narratore in seconda che si rivolge direttamente a Aurora e riporta le sue azioni in “Atto secondo: CACAO, ZUCCHERO E CANNELLA” e, infine, alla prima persona – di Guillot, però, non Mariana – in “Atto terzo: PEPE, CHIODI DI GAROFANO E CICORIA”) l’autrice scava nell’interiorità di coloro che hanno segnato la storia della cioccolatiera, rivelando le loro anime poco a poco fino ad arrivare a quella della sua creatrice, nella scoperta di quattro donne diverse tra loro ma accumunate dall’amore per la cioccolata. È un racconto interessante, che muove personaggi immaginari e reali attorno a un oggetto tanto singolare, quanto speciale come un’antica cioccolatiera, un libro che magari non colpisce per lo stile o per particolare dedizione ai personaggi (non vengono approfonditi molto, preferendo piuttosto la storia generale a quella dei singoli), ma che riesce comunque ad essere una lettura piacevole. È, insomma, un buon passatempo per quei giorni in cui abbiamo voglia di rilassarci.

Questa era la mia tessera, il mio libro per il Domino di Marzo, ma la giornata continua con la tappa su Libri e altri disastri e negli altri blog partecipanti, che potete trovare qui nel calendario 😊

A domani Federica 💋

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