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Writober [Pt. 3]

Buon giovedì a tutti!

Quest’oggi si chiudono i racconti brevi con gli ultimi quattro prompt: lana, rovo, coperta e tuono! Poi da domani e con la prossima settimana si torna alle classiche pubblicazioni 😉

Lana

Il rocchetto la fissava senza avere intenzione di esaurirsi mai. In verità era lei a essere lenta, la voglia di utilizzare i ferri dell’uncinetto

non era mai stata una delle sue caratteristiche migliori, né un’abilità che le sembrava poi così utile. Perché la lana le pizzicava, odiava quella sensazione di prurito che le faceva rimpiangere l’arrivo dell’inverno e di dover indossare gli abiti spessi. Ancora non era stagione, ma già rimpiangeva i lunghi mesi a venire. Li odiava già. Però sua nonna, quella buonanima dedita alle attività più noiose del creato, le impediva di uscire finché non avesse svuotato la cesta di lana ai suoi piedi e ne avesse tirato fuori mantelli, sciarpe, berretti e muffole con cui superare l’inverno in quella casetta che si sbriciolava solo ad appoggiarci le dita. Ah, se solo fossero passati alcuni di quei bimbetti che la vecchia tanto adorava. Le avrebbero dato la scusa perfetta per smettere di sferruzzare e trasformare quelle giornate monotone in un qualcosa di più tollerabile. Invece no, era sempre sola con la nonna in quella casetta fatta di marzapane, il tetto di zucchero filato e la staccionata di caramelle. E c’era una cosa sola che detestava di più della lana e dei ferri da calza: i dolciumi!

Rovo

Raccogliere i frutti è difficile, perché ci sono le spine e ci impiego ore a riempire un cesto intero. Ma sono tenace ed è difficile che lasci perdere, non prima di averci sbattuto la testa dieci volte. Di solito torno a casa con le mani tutte rovinate e il cestino pieno, perciò anche stavolta sarò io a vincere e non un maledettissimo cespuglio di rovi. Ma… «Ahi! Maledetta, ’sta spina!»

Succhio il dito e impreco contro la pianta, mentre intercetto un paio di gambe davanti al cespuglio che sto cercando di svuotare. Alzo gli occhi e incrocio la mia nemesi, il ragazzo che getterei giù da un burrone solo per come mi guarda, il ghigno da fetido opportunista che mi fa venire voglia di strappargli i connotati dalla faccia e darli in pasto al mio cane. «Allora, Sam, ti sei già fatto male?» domanda, l’attenzione puntata sulle mie labbra. «No, per niente.» Negare, negare sempre. «Sto decidendo da dove cominciare. Tu, già stanco?» Fa spallucce. «La raccolta non fa per me. Conosco passatempi più divertenti.» «Immagino.» Torno a guardare il rovo e i frutti che devo staccare. «Se hai finito di darmi fastidio…» «E io che volevo chiederti di unirti a me.» Mi blocco, perché non me lo sarei aspettato. Deve essere uno scherzo e infatti lo ignoro, andando avanti a raccogliere i frutti piccoli e scuri. «Guarda che sono serio, Sam.» Si accovaccia e ci troviamo faccia a faccia. «Vieni a fare un giro con me?» «Adam…» inizio e lui sorride, certo di avermi convinto. «L’ultima volta non è andata a finire bene.» Un modo carino e gentile per ricordargli che abbiamo litigato e ci hanno pure rimproverato per essere tornati con i cestini mezzi vuoti. «Stavolta andrà meglio» dice, col sorrisetto sghembo che mi fa impazzire. «Fidati di me.» Sono fregato. Perché non so resistere al suo tono, fa niente se ho sbattuto contro le pessime conseguenze del suo sorriso già decine di volte. «Ok.» L’ho detto che sono testardo.

Coperta

«Me l’hai rubata!» Oh, ma che ansia. E tutto per una coperta. «Non te l’ho “rubata”. Non c’eri, avevo freddo qui sul divano e la coperta non la stava usando nessuno, perciò…» «Me l’hai rubata.» Sbuffo.

Accidenti, chissà perché mi ostino a passare le vacanze con mia cugina. Già non mi è bastata quest’estate al mare, tra zanzare, porte chiuse con noi senza chiavi e un’insolazione da far paura; no, ho anche accettato di fare la settimana bianca in un comprensorio sciistico in mezzo al nulla. Senza saper sciare, né andare con lo snowboard. Cioè me ne sto spaparanzata davanti al caminetto acceso da mattina a sera, con un libro, una tisana e la coperta mentre la mia suddetta lamentosa parente passa la giornata a gelarsi il posteriore in una tuta rosa fluo. La coperta non la usa che un paio di orette la sera, eppure è riuscita lo stesso a etichettarla come “sua”. In effetti, non potevo aspettarmi nulla di diverso da lei. «E se la condividessimo?» le propongo, consapevole che comunque non accetterà. «Non esiste.» Appunto… «Perché no?» «Perché l’ho presa per prima, quando siamo arrivate.» Che ragionamenti scemi. «Se è tua solo perché l’hai usata un paio d’ore la prima sera, allora è anche mia.» Sorrido quando mi squadra sospettosa. «Anzi, è più mia che tua, quindi non l’ho rubata.» «Ma…» «L’ho usata per ore tutti i giorni» la interrompo, prima di partire a blaterare cose a più non posso. «È un uso continuato, il che la rende più mia e fa di te una ladra.» Ah! Beccati questa! E infatti mia cugina ammutolisce, si lascia cadere sul divano con le braccia incrociate al petto, il muso lungo che quasi tocca terra. Aaaaaah come ci si sente bene a spuntarla! Ma soprattutto: mai rinunciare alla coperta.

Tuono

Il cielo nero viene solcato da fasci di luce gialla e rossastra, la furia della tempesta di fulmini che spezzano la notte. Lampi e tuoni si accompagnano gli uni agli altri mentre io sbadiglio, annoiato dallo spettacolo sopra la mia testa. “Andiamo su Midgard”, ha detto. “Ci divertiremo da matti!” Peccato che sia lei la sola a divertirsi, col manico di Mjölnir in mano mentre volteggia sopra la testa dei mortali, ignari della guerriera che si sta comportando da bambina.

Sbuffo, il fiato caldo che attraversa le fauci quando mi acquatto sulla scogliera e appoggio il muso sulle zampe anteriori. Bel posto, Midgard… sì, come no… qui sono bloccato in forma di lupo da un decreto del padre degli dei e la sola a spassarsela è quella svampita di Thrud, lei e il suo martello. «Dai, Fenrir» tuona, volteggiandomi davanti con un sorrisetto sulle labbra, «togliti quel muso lungo… dal muso.» «Sei una buffona, Thrud» la rimprovero, grato di aver ancora il dono della parola. «Hai fatto? Possiamo…» Un tuono scoppia e mi sovrasta, facendomi ringhiare. «Possiamo tornare ad Asgard adesso?» «Ancora un attimo» dice, roteando Mjölnir e riempiendo il cielo di fulmini che esplodono in tuoni fragorosi. «Papà mi ha concesso i suoi poteri solo per oggi ed è uno spasso. Sono la dea del tuono!» L’ultima parte la grida volandosene in mezzo al cielo notturno. Bene, sono bloccato qui, nella mia pelle di lupo, mentre lei se ne va in giro come uno stupidissimo uccello senza becco, piume o ali. Un ringhio basso mi scuote la gola e subito un fulmine colpisce la scogliera a un soffio dal mio fianco. Questa me la paga appena torniamo ad Asgard! Ma per adesso io, Fenrir, figlio di Loki, ululo la mia rabbia tra i tuoni di una notte orribile su Midgard.

Spero che anche questi ultimi vi siano piaciuti e, se vi va, fatemelo sapere!

Federica 💋

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