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  • fedecaglioni

The Jazz Club

Buongiorno a tutti!

Oggi vi lasci da leggere il racconto che partecipa a Il Club di Aven di questa settimana. Il tema, scelto da me, era “attrazione”! È un po’ diverso da quello che scrivo di solito ma la scrittura è fatta di esperimenti e spero che questo possa piacervi 😊

La musica vibrava per la stanza. Se ne sentiva avvolto, circondato, la mente soffocata dalla stretta di quelle note penetranti. Gli sembravano le braccia di un’amante, colme di desiderio e della voglia di toccare ogni centimetro del suo corpo. Lo spogliavano, lo mettevano a nudo e gli facevano venire gli stessi brividi di eccitazione provati con l’ultima donna con cui era stato. Anche lui ne aveva voglia. E ne aveva un’altra, forte e intensa, di sesso. Era quello l’effetto che aveva su lui e sentì scorrere su di sé quella voce con la precisa intenzione di provarla ancora, e ancora. Perché la sua testa già gli mostrava cosa sarebbe accaduto se l’avesse riascoltata con l’atmosfera giusta. Avrebbe fatto crollare l’intero posto, ne era sicuro. Se avesse riprodotto quei suoni nel locale affollato, con le luci basse e intime puntate sul palco, gli strumenti sullo sfondo in penombra, e un cono a illuminare il microfono, chiunque sarebbe impazzito per quel posto. E la per ragazza. Soprattutto per la ragazza. E lui ne avrebbe sfruttato il talento fino in fondo per raggiungere lo scopo. L’avrebbe posizionata avanti, sul quadrato al centro della pista, circondata dalla folla per creare l’illusione di intimità assoluta tra lei e il pubblico. Ognuno l’avrebbe potuta sentire rivolgersi solo a se stesso, e a nessun altro, come se nel locale il resto della massa fosse svanito grazie alle magiche note prodotte dalla sua voce. Li avrebbe attratti, sedotti e incatenati a lei. Tutto grazie allo sguardo che avrebbe loro rivolto. Lo stesso che lui sentì su di sé mentre si spensero le ultime parole I’d Rather Go Blind. Non poteva essere visto, non così in alto nella balconata buia, ma la ragazza sembrava sapere che fosse lì, ad ascoltarla, mentre le sue mani si spostarono lungo le corde della chitarra acustica per cambiare ritmo e accelerare. Brevi colpi contro la cassa e Hit The Road Jack riempì il locale. Era più veloce e graffiante dell’originale, più energica, ma lo stesso sensuale grazie alla sua voce calda, dolce come un frutto maturo. E mentre quella ragazza esile parlava di impacchettare le sue cose e andarsene, nella sua personale interpretazione delle parole di Percy Mayfield, a lui venne da ridere, perché non si sarebbe allontanata tanto in fretta. Né lo avrebbe fatto lui, nonostante lo stesse velatamente esortando a non fare ritorno. Vattene Jack cantava, rendendone la pronuncia così simile al suo vero nome da farlo sorridere. Gli piaceva, specie per quella sfrontatezza. E la voleva nel suo locale. Sarebbe stata la stella del Jazz Club. Non spettava a lui occuparsi della parte artistica. Ogni assunzione in quel campo spettava al suo socio, però avrebbe cercato di renderlo possibile con ogni mezzo. Spiò oltre la balconata e guardò giù, proprio dove Dave stava ascoltando l’esibizione con Penny, la responsabile degli artisti. Forse non avrebbe affatto dovuto insistere. Il suo amico sembrava altrettanto rapito dalla ragazza sul palco quanto lo era lui e se negli anni aveva capito qualcosa del suo modo di pensare era che, da tale attenzione, sarebbe scaturito un contratto non appena avrebbe posato quella chitarra. Non mancava molto a quel momento. Le erano stati concessi tre pezzi e proprio nell’attimo in cui attaccò Be-Bop-A-Lula, tornò a guardare la cantante. Si sorprese nel vedere come riempisse il palco con la sua presenza, come se quel posto le appartenesse di diritto e loro non fossero lì che per una sua magnanima concessione. Eppure entrando le era sembrata così fragile, così piccola rispetto alla chitarra appesa al suo fianco. Una ragazzina in un mondo di adulti, fuori posto finché non si era seduta e non aveva imbracciato lo strumento, schiarendosi la voce prima di alzare lo sguardo e iniziare a cantare. Allora era diventata una sirena, attraente e impossibile da ignorare. Con rapidità scorse i fogli sparsi sul tavolino lì accanto, scorrendo tra i curricula dei musicisti che si erano fatti avanti quel giorno finché non trovò quello che lo interessava. Ed eccola proprio di fronte a lui. In quella foto dimostrava ancora meno anni, nonostante tra i dati personali dichiarasse di averne ventisette. Questo lo spinse a osservarla di nuovo, trovando il suo aspetto ancora più interessante. Nata e cresciuta ad Arlington, con una carriera scolastica di tutto rispetto alla Juilliard e un futuro ben più che glorioso nell’ambiente musicale, almeno secondo le lettere di referenza dei suoi docenti e degli ultimi datori di lavoro. Era tornata a Washington solo da un paio di mesi, “per il matrimonio di una cugina” aveva detto durante il colloquio iniziale, e aveva deciso di restarvi. Bea Jones. Una donna adulta con il volto di una ragazzina e la voce di una dea. Negli affari seguiva regole ben precise: mai mischiare lavoro e vita privata, nemmeno per i parenti. Nemmeno per gli amici. Men che meno per gli sconosciuti. E così avrebbe fatto anche con quella ragazza, nonostante l’attrazione che la sua voce aveva risvegliato. L’avrebbe usata a suo vantaggio, però, trasformandola nella calamità che avrebbe attratto tutta la città tra quelle mura.

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