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  • fedecaglioni

Storytelling Chronicles #26 – Il Professor Cole Newman

Buongiorno e buon lunedì!


Per iniziare questa settimana vi propongo il mio racconto per la rubrica di scrittura creativa Storytelling Chronicles, ideata da Lara di La Nicchia Letteraria e con banner di Tania di My Crea Bookish Kingdom! Il tema di maggio prevede di avere un protagonista con le seguenti caratteristiche:

  • un uomo sulla trentina, allampanato e signorile insieme, tanto intrattabile con gli altri quanto cinico nei riguardi della sua vita.

E sono qui per presentarvi Il Professor Cole Newman!

Buona lettura 😊

La sua nuova assistente aveva un secondo fine.

Avrebbe scommesso la sua collezione di manufatti antichi che quella ragazza prestava tanta attenzione al suo lavoro, e ad anticipare i suoi bisogni, perché puntava a chiedergli un qualche tipo di favore. Stava solo aspettando l’occasione giusta.

Chiunque lo avrebbe fatto, soprattutto con lui. Non era tra i professori più amati della facoltà e anche se aveva appena compiuto trentasei anni e insegnava lì da due, gli studenti lo avevano soprannominato Matusalemme. Forse era perché iniziava ad avere i primi capelli bianchi sulle tempie, o per l’abbigliamento molto simile a quello del rettore della facoltà… Lui almeno non puzzava di sigaro e naftalina. Non ancora, sentenziò tra sé con la fronte aggrottata. Non desiderava seguire quell’esempio ma, che lo avesse fatto o no, lo avrebbero giudicato lo stesso senza mezzi termini. Lo faceva già da solo, cinico in partenza sulla propria capacità di inserirsi nella benevolenza dei suoi studenti.

Con un senso di insoddisfazione crescente, sezionò la giovane che stava disponendo le copie del materiale della prossima presentazione. Edith Martins, dottoranda in Storia Antica con un progetto sullo stile di vita nei primi insediamenti umani, aveva quel costante e fastidioso atteggiamento propositivo che lo indispettiva e lo portava a chiedersi quando avrebbe avanzato la propria richiesta. Perché la aspettava al varco, certo che sopportasse le sue risposte al limite dello sgarbato in vista di un premio più succulento dell’essere l’assistente dell’intrattabile Professor Cole Newman.

Era stato così per la sua predecessora, volatilizzatasi quando si erano aperte le porte per la carica di assistente di Anaïs Colbert, sua collega famosa per essere l’idolo della facoltà. Non che rimpiangesse la perdita, perché Miss Martins era di tutt’altro livello.

«Ho fatto, Professor Newman» lo avvisò dopo averlo raggiunto accanto alla cattedra.

«Ha verificato la lista delle presenze?»

Sorrise al suo cipiglio. «Certo, ho anche inviato una mail con un modulo di conferma. Tutti hanno risposto in maniera affermativa, attivando così un doppio avviso di notifica sui loro calendari, il primo per ieri, il secondo per questa mattina.» Sollevò e ruotò il polso per controllare l’orologio, ma un trillo di notifica sul suo tablet la portò a sorridere ancor di più. «Ed ecco il secondo, a trenta minuti dalla conferenza.»

Mugugnò qualcosa in segno di assenso, irritato ma anche colpito da tanta efficienza, finché una luce maliziosa negli occhi azzurri della giovane non lo fece fermare.

«Lo avrebbe ricevuto anche lei, se avesse risposto all’email che ho inviato, proprio come hanno fatto gli studenti.» Si mise a sedere al suo posto accanto al proiettore, le labbra piegate in un cenno divertito. «Proprio come ho fatto io, per essere sicura.»

«Non avevo tempo» borbottò, lo sguardo che puntò la porta quando i primi studenti presero a entrare.

Nessuno si degnò di guardarlo dritto in faccia per salutarlo, ma fecero dei timidi cenni a Miss Martins. Lei, invece, fu ben felice di far ondeggiare la mano e dispensare sorrisi a chiunque si accomodasse. E che sorrisi dispensava, abbastanza allegri da fargli digrignare i denti quasi con insistenza. Perché non erano lì per essere ammaliati da lei, ma per assistere alla sua lezione.

E sapeva che li avrebbe annoiati a morte dopo le attenzioni della sua assistente. Il che gli ricordò la modifica che aveva inviato quella stessa mattina.

«Le dispense che ha distribuito erano aggiornate?»

«Certo. Avevo sistemato il problema già prima della stampa di ieri.»

«Come?» La sua sicurezza gli fece saltare la mosca al naso. «Senza avvertirmi delle modifiche?»

Miss Martins portò gli occhi sinceri su di lui e vi lesse un’innocenza che lo portò a fumare.

«Ho fatto una verifica con i suoi appunti, prima. L’errore è nato dalla versione non aggiornata del file sul suo pc, perciò ho pensato che non fosse il caso di disturbarla per una piccolezza del genere. So quanto è impegnato.»

Maledizione, aveva ragione. E le aveva ripetuto spesso di non assillarlo per ogni problema che avrebbe riscontrato nell’essere la sua assistente. Non aveva tempo per occuparsi anche di quelle cose, non mentre cercava di trasformare il suo ultimo articolo in un libro. Miss Martins si era attenuta alle sue direttive, però… Però…

Sbuffò e le lanciò un’occhiataccia che lei accolse con un sorriso.

«La prossima volta mi avvisi» disse scorbutico e insofferente per il suo buonumore. «Vedrò di trovare il tempo.»

«Come preferisce.»

Avrebbe grugnito in risposta. Orrore, pensò mentre l’aula si andava riempiendo e non restavano posti liberi. Come un cavernicolo.

Però tutta quella solerzia lo indispettiva non poco, facendogli venire voglia di trattarla peggio di quanto già non facesse, per vedere fino a che punto si sarebbe potuto spingere prima di vedere la pragmatica e ottimista Miss Edith Martins sbottare e rinfacciargli tutto ciò che le faceva passare da sei mesi a quella parte.

Se avesse potuto afferrarla per le spalle e scuoterla lo avrebbe fatto più che volentieri. Ma teneva alla propria vita e qualcosa gli diceva che la sua assistente sarebbe stata in grado di rimetterlo al proprio posto se solo ci avesse provato. Quindi si comportava da insopportabile spocchioso, sempre in attesa del suo futuro tradimento.

La sua vita era sempre andata così, perciò era inutile aspettarsi qualcosa di meglio. Anche se si trattava di Miss Martins e della sua impeccabile attenzione alla propria persona. Presto o tardi, anche lei lo avrebbe pugnalato alle spalle… Metaforicamente parlando, ben inteso.

Passò l’ora e tre quarti seguente a sciorinare una lezione anche interessante, se solo non avesse infuso nella sua voce tutta la tetraggine che lo aveva travolto nel capire quanto trovasse fastidiosa e apprezzabile l’indipendenza della sua assistente. Cole non si stupì di vedere alcune palpebre abbassarsi perché colpite da attacchi di sonno fulminanti; avrebbe ceduto anche lui, fosse stato uno studente, ma più tempo passava, più la costante precisione con cui Edith utilizzava il proiettore e teneva il passo della sua spiegazione gli faceva venire voglia di cambiare ritmo per coglierla impreparata e poter esultare.

Infantile da parte sua, davvero infantile, ma sarebbe stata una vera soddisfazione.

Invece no, arrivò a fine conferenza senza fare il minimo errore. Vederla tutta soddisfatta, mentre l’aula si svuotava e lei riordinava il suo e il proprio materiale, gli fece venire voglia di sottolineare l’unico aspetto che aveva tenuto alcuni studenti un po’ troppo sull’attenti.

«Miss Martins» la richiamo infatti, quando non restarono che loro due. «Le sarei grato se la prossima volta avesse l’accortezza di portare un abbigliamento consono a un’assistente. Non voglio che gli studenti vengano distratti dalla sua… mise trop révélatrice

Le guance le avvamparono mentre abbassava gli occhi sull’abito che portava e che, lo sapeva bene anche lui, era tutt’altro che inadatto all’università. Non che gli importasse come si vestiva, anzi, ma doveva farle un qualche tipo di appunto, e se come assistente era impeccabile, avrebbe trovato il pelo nell’uovo per qualcos’altro. Come il suo vestito a fiori, lungo fino al ginocchio e chiuso da una fila di bottoncini che arrivava appena sotto le clavicole ed esponeva un accenno di pelle.

In fondo, se lo aveva notato lui come le stesse bene quella particolare mise, non era di certo passata inosservata a studenti ben più giovani e di certo attratti dalla spontaneità di Miss Martins.

«C-certo, Professor Newman.» Esitò ma alla fine osò guardarlo nonostante l’imbarazzo. «Starò più attenta. Non si ripeterà più.»

In qualche modo Cole si sentì in colpa per averla messa in difficoltà, ma scacciò la sensazione con la certezza che tutti meritavano una doccia fredda di tanto in tanto. A maggior ragione se era la sua assistente; le avrebbe evitato sciocche attenzioni da parte di filtranti perdigiorno.

«Bene. Se ha terminato, può andare» la congedò afferrando la propria borsa e armandosi di coraggio per il suo imminente pranzo con i suoi colleghi.

Annuì, il viso ancora in fiamme mentre raccoglieva le sue cose e si raddrizzava con uno scatto, un timido sorriso sulle labbra. «Le auguro un buon fine settimana.»

«Mm-mm» borbottò e non gli venne neppure in mente di ricambiare.

* * *

La domenica splendeva il sole, una giornata splendida di tarda primavera che lo portò a uscire per una passeggiata quando sarebbe dovuto restare a casa a lavorare al suo libro.

A dire la verità, Cole era stato costretto a uscire, asfissiato da quell’esemplare di sovrumana insistenza che ricadeva nella definizione di “primo nipote”. Jay era figlio di sua sorella, viveva nell’appartamento accanto al suo e quando i suoi genitori erano impegnati con il loro ristorante, quell’esemplare di dieci anni di umano logorroico e instancabile occupava i suoi spazi senza che avesse la possibilità o la forza di ricacciarlo a casa propria.

Fosse stato costretto ad ammetterlo sotto tortura, Cole avrebbe confessato che Jay – e anche la sorella col marito – era il solo essere umano che tollerava senza sforzi. No, era il solo di cui apprezzava la compagnia e che lo guardava con uno sguardo traboccante d’interesse.

Ma per fortuna erano secoli che nessuno adoperava più tali metodi coercitivi.

Neppure suo nipote.

«Zio Cole pensi che abbia sbagliato?»

La domanda gli fece passare in rassegna il bambino dalla testa ai piedi, la mano impegnata a maneggiare un cono gelato quasi più grande di lui. Cioccolato e crema gli disegnavano due bei baffi sul viso minuto.

«Mm» Si prese tempo assaggiando il proprio cono limone-caramello salato. «Se il tuo compagno le stava dando fastidio, hai fatto bene ad aiutare la tua amica.»

«Non è mia amica» lo fulminò Jay, gli occhi ridotte a due fessure. «È solo Emily.»

Era il preludio all’interesse per le ragazze che sarebbe esploso da lì a un paio di anni. Cole trattenne un guizzo delle labbra, e annuì. Chi era lui per contraddire suo nipote?

Mangiarono il gelato in silenzio, mentre lui lasciava vagare lo sguardo sull’interno del locale dove lo aveva costretto a entrare il piccoletto. Brulicava di giovani e famiglie, tutti rumorosi perché faceva bel tempo e l’allegria si sprecava con quell’atmosfera quasi estiva. Qualche faccia gli sembrava anche familiare. Ma sarà un’impressione, si concesse mentre Jay ripeteva dall’inizio tutta la storia dell’amica presa in giro dal bullo di turno.

Di tanto in tanto suggeriva una versione diversa su come prendere l’attacco di Emily, che lo aveva ripreso per essere intervenuto ad aiutarla, ma aveva capito di cosa avesse bisogno: qualcuno che lo ascoltasse senza interromperlo.

«Non la capisco! Si è arrabbiata come se fossi stato io a darle fastidio.» Si accanì sul gelato. «La prossima volta non la aiuto.»

«Magari puoi solo starle vicino. Sai, senza intervenire e…» Restò senza parole, la schiena che scattò all’indietro per nasconderlo dietro un basso séparé.

«Zio Cole?»

Jay lo guardò confuso e lo avrebbe fissato nello stesso modo se le parti fossero state invertite.

«Sssh» gli suggerì, consapevole di quando fosse inutile.

Non lo avrebbe collegato a quel nome, era impossibile, ma non aveva voglia di tentare la sorte.

«Stai bene, zio?»

«Sì, sì, solo non chiamarmi per nome. Va bene?»

Jay sollevò entrambe le sopracciglia e gli fu chiaro dove stava andando a parare la sua testolina diabolica.

«Cosa ottengo in cambio, zio Co…»

«Dimmi cosa vuoi» lo bloccò, la voce quasi un mezzo ringhio basso.

«Porto la Playstation da te e ci giocherò quando voglio.»

«Va bene.»

«Ma non lo dirai alla mamma» aggiunse subito e Cole si morse la lingua per non rifiutare di getto.

Piccolo e astuto demonio, pensò mentre annuiva. «Affare fatto. Chiamami Nathan.»

Che poi era il suo secondo nome quindi gli riusciva facile adattarsi.

Jay accettò e riprese a occuparsi del cono con un immenso entusiasmo. Ma Cole non riuscì a fare altrettanto, le orecchie attente a captare le voci delle due ragazze appena entrate e intente a puntare il tavolo dall’altra parte del séparé. Non ci teneva a mescolare la vita privata e professionale, perciò avrebbe fatto di tutto per evitare che la sua assistente lo vedesse.

«Dovresti chiedere il trasferimento.» Il suggerimento arrivò da una voce che non conosceva, e che detestò subito. «So che la Professoressa Blackwell sta cercando un’assistente a tempo pieno.»

Se lui era Matusalemme, Lucinda Blackwell avrebbe potuto essere sua madre senza troppi problemi. Era già vecchia quando era ancora uno studente lui stesso. Storse il naso alla prospettiva e si ritrovò addosso l’occhiata di Jay.

«Lascia stare» sussurrò mentre Miss Martins si opponeva.

Non negò che gli fece piacere sentirlo.

«La Blackwell non capirebbe neanche metà della mia tesi di ricerca.»

«Sì, ma non ti tratterebbe da zerbino come fa Nosferatu.»

«Non chiamarlo così» la rimproverò, l’ombra del divertimento che aleggiò sotto il tono offeso.

«Matusalemme non ti piace. Come posso chiamarlo?»

Professor Newman, magari?, pensò stizzito mentre la sua assistente mormorava qualcosa che quasi lo portò a strozzarsi. Aveva sentito bene?

«Certo!» esclamò l’altra scoppiando a ridere. «Perché tu lo fai, vero? Quando passate ore a stilare programmi barbosi, non fai che chiamarlo Cole.»

«No, scema. Sei tu che hai la fissa per i nomi di battesimo, non io.»

«Be’, per quanto mi scocci ammetterlo, Cole Newman ha un gran bel nome.»

L’allusione passò in secondo piano davanti alla scintilla di comprensione negli occhi di Jay che, passi l’innocenza dei suoi dieci anni, capì senza problemi la portata di quella frase. Sì, se avesse aperto bocca gli avrebbe estorto almeno tre decenni di favori.

«Ti lascio venire da me due sere a settimana. Pizza e Playstation fino alle nove» lo anticipò senza quasi fiatare.

«Le undici» rilanciò Jay, per poi affondare i denti nella cialda e fare più rumore di un boing al decollo.

«Le nove, più un weekend al mese.»

Doveva corrompere suo nipote, ma non poteva correre il rischio che sua sorella lo scuoiasse vivo. Avrebbe aizzato una delle tre persone che tollerava senza sforzo.

Jay finse di pensarci e alla fine accettò, il morso successivo che restò nei decibel consoni. Cole inspirò sollevato, mentre al tavolo dall’altra parte regnava un silenzio inquietante. Chissà cosa stava facendo la sua assistente.

«Comunque» riprese quella che da quel momento in avanti avrebbe chiamato “Il Demonio”, «non so come tu possa sopportarlo. E pensare che anche Anaïs Colbert ti ha chiesto di lavorare con lei.»

«Lo ha fatto solo per ripicca. Sanno tutti che lo odia a morte.»

«Essere rifiutata davanti a mezza facoltà alla festa di Natale un po’ ti segna.»

E quando mai lo avrei fatto?, si chiese incredulo. Ricordava a stento la festa, prima e unica a cui era andato, e di certo non era stato oggetto delle attenzioni di nessuno. Lo avrebbe saputo, altrimenti.

«Per me se l’è inventato.»

Ecco, brava Edith… Ehm, Miss Martins. Una che rifletteva a quel tavolo c’era, allora.

«Non può essere. Dai, sarebbe troppo persino per lei.» Quando Il Diavolo schioccò la lingua, Cole si chiede che faccia avesse fatto la sua assistente. A volte sapeva essere davvero espressiva. «Però gira voce che non sia questa gran simpaticona.»

«Quindi ho fatto bene a dirle di no. Anche se dopo venerdì ho paura che mi caccerà e addio dottorato.»

Perché mai, Miss Martins?

«Primo, sei la migliore assistente che esista.» Cole fu d’accordo. «E secondo, se ti lascia a piedi per un vestito, è un vero idiota.»

Ma come

«Non lo so! Spero solo che non mi lasci a casa.»

«Sarebbe così tremendo?» Una pausa e Cole immaginò l’assistente rifilare un’occhiataccia all’amica visto come proseguì. «Ok, sì, per te lo sarebbe. Però ancora non capisco perché ti sei data tanto da fare per essere la sua assistente. È un tale stronzo.»

Puntò lo sguardo sull’espressione attenta del nipote e lo sfidò a commentare con un’occhiataccia. Jay abbozzò un sorrisetto e Cole capì che la trattativa sarebbe ripresa non appena avesse finito il gelato.

«Non lo è» replicò Edith, per poi ritrattare. «Non sempre almeno. Ti ho raccontato dell’incontro che ha tenuto lo scorso anno.»

«Sì, la mitologica conferenza a dei bambini di dieci anni che pendevano dalle sue labbra.»

Zio e nipote si sorrisero. Era vero, aveva tenuto un incontro nella classe di Jay per la giornata del Career Day ed era stato un successo. Certo, si era messo d’impegno per rendere tutto emozionante e annoiarli il meno possibile.

Come mai Miss Martins lo sa?

«Non è un mito. Mia cugina da allora mi chiede sempre cosa studio.» Una pausa e un gran sospiro. «Newman ignora che c’ero anche io. Però è per quell’incontro che ho deciso di essere la sua assistente. So che non sembra, ma è una persona incredibile.»

Cole restò di sale. Miss Martins non aveva un secondo fine? Voleva essere la sua assistente? Uno spasmo gli serrò il petto e poi lo scaldò come se gli avessero appena dato fuoco. Gli riuscì difficile capire cosa gli stesse succedendo, i pensieri scombussolati dalla strana scoperta.

«Zio Nathan, andiamo? Io ho finito.»

«Cos… Ah, un attimo Jay.»

Il suo mormorio non fu così basso e un gelo inquietante discese dall’altra parte del divisorio. Lo avevano sentito? Avrebbe scommesso la sua collezione di manufatti antichi che sì, lo avevano sentito senza alcun dubbio.

«Ok, guastafeste, andiamo.» Si alzò e, alto com’era, spiccò sopra il basso divisorio tra i tavoli.

Dall’altra parte si trovò davanti agli occhi sgranati della sua assistente e del Demon… della studentessa che aveva a volte visto accanto al Professor Caspar, Miss Fer-qualcosa. Con un cipiglio sempre più prominente, passò in rassegna Miss Martins, dai lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle al fisico avvolto nel vestito di due giorni prima, per cadere sulle gambe nude che sbucavano da sotto il tavolo e che stavano tamburellando senza sosta.

Le aveva detto più volte dopo le lezioni di non farlo, una delle prime annotazioni che le aveva fatto, e quando risalì a incrociare il suo sguardo, un lampo di comprensione passò nelle iridi azzurre della ragazza. In un attimo entrambe le gambe si immobilizzarono.

Trattenendo un cenno soddisfatto, Cole si schiarì la voce. «Miss Martins.»

«Professor Newman! Strano trovarla qui!»

Imbarazzo e voglia di sprofondare nel terreno passò sul viso di entrambe le assistenti e il quasi malumore di Cole si affievolì un poco. Era stranamente soddisfacente vedere la sempre ottimista Edith Martins a un passo dal rimettere l’intero contenuto del suo stomaco per essere stata colta in flagrante.

«Mangio anche io, Miss Martins» disse, per poi dare un assaggio al gelato che ancora non aveva finito.

Fu in quel momento che suo nipote scelse di prendersi tutta la scena e catalizzare l’attenzione delle due ragazze.

«Zio, adesso posso tornare a chiamarti Cole?»

Sarebbe voluto sprofondare lui adesso. Perché se la sua assistente ebbe il buonsenso di non far trapelare nessun pensiero, l’amica e il suo sorriso machiavellico lo fecero incupire ancora di più.

«E chi è questo ometto?» domandò puntando gli occhi furbi su suo nipote.

Un «Mi chiamo Jay» si mescolò a un «Lizzie» detto da Edith, e ciò che ne uscì fu un miscuglio molto simile a «Mi Lizzie-ay» che strappò a Cole un mezzo sospiro. Avrebbe forse riso della situazione paradossale in cui era capitato, se solo non avesse avuto davanti due giovani studentesse. Due che dovevano continuare a considerarlo insopportabile, vecchio e decrepito.

«È mio nipote» lo presentò poggiandogli una mano sulla spalla e un guizzo di comprensione illuminò il viso della sua assistente. «Jay, loro sono due studentesse dell’università dove lavoro.»

«Ciao, io sono Edith» si presentò Miss Martins, recuperando il sorriso che le era solito e che gli diede sui nervi. «E lei è la mia amica Lizzie.»

«Ehilà» si fece avanti Jay. O almeno ci provò, perché Cole si ritrovò a trattenerlo per evitare che prendesse iniziative strane.

Dove credi di andare, piccolo Romeo?, si stupì e lo tenne sotto stretto controllo mentre accadde una cosa decisamente curiosa: Miss Edith Martins fece scorrere gli occhi azzurri su di lui, lungo le braccia scoperte per la maglietta a maniche corte che portava, fino ad arrivare a incrociare il suo sguardo. E Cole si dovette schiarirsi la gola una seconda volta.

Doveva stare attento. Tutta quell’attenzione avrebbe giocato a suo sfavore, poco ma sicuro.

«Venite spesso qui?»

Alla domanda di Edith, Cole mugugnò un qualcosa di poco chiaro e finì per tagliare le chiacchiere di circostanza con un’occhiata raggelante attorno a sé. Né la sua assistente né l’amica ebbero modo di replicare e lui si trovò ad ammirare il potere di una buona occhiataccia. C’era un certo non so che di soddisfacente nell’essere capace di mettere a tacere anche due ragazze come quelle che aveva davanti, tanto allegre e fiduciose nel mondo da rasentare l’inesperienza.

«A domani, Miss Martins» salutò Cole, arrivando in strada con Jay prima che Il Demonio si accorgesse di non essere stata considerata.

Salvo. Adesso poteva fingere di passare una giornata normale, noiosa come quella di chiunque altro e senza la strana, fastidiosa e rinfrescante attenzione di Edith Martins. Suo nipote restò zitto per un attimo, i loro passi che rintoccavano sul marciapiede lastricato mentre si allontanavano dal locale.

«Zio Cole?»

«Dimmi, piccoletto.»

Jay si perse a studiare il percorso verso casa e la gente che li superava lungo il marciapiede. Poi girò il volto verso di lui e non gli piacque la luce nei suoi occhi.

«Miss Martins è come Emily?»

Cole quasi rabbrividì. «No, Jay. È solo una studentessa, nient’altro.»

Ma qualcosa in quella negazione lo portò ad aggrottare la fronte.

Ed eccoci arrivati alla fine! Spero che il mio racconto vi sia piaciuto e se vi va di farmi sapere cosa ne pensate, vi aspetto nei commenti!


Federica 💋

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