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  • fedecaglioni

Storytelling Chronicles #15

Buongiorno 😊

Ben ritrovati! Dopo una settimana di fermo, in cui ho recuperato un po’ di energie, torno sul blog un po’ più carica! E per ricominciare mi sembra giusto partire con un nuovo racconto da inserire all’interno della rubrica di scrittura creativa della Storytelling Chronicles! Come ormai saprete, la rubrica nasce da un’idea di Lara, blogger de La Nicchia Letteraria, con la grafica di Tania di My Crea Bookish Kingdom, e ogni mese prevede la stesura di un racconto con un tema sempre diverso. Ad aprile la tematica scelta è stata: il sogno!

Per l’occasione, ho continuato a seguire la storia di Elizabeth e Marcus, i personaggi nati nel racconto dello scorso mese. Ecco come prosegue la loro storia!

Buona lettura.

Ciò che il ton si attende

I giovani gentiluomini approvati dal ton assomigliavano a una schiera di insipidi cicisbei. Marcus osservò la sala da ballo di Lady Crosswell e dovette trattenere uno sbuffo di fronte all’inconsistenza degli interessi che i lord dell’alta società, titolati o meno, dimostravano nel fluire delle diverse conversazioni. La viva e acuta intelligenza di Elizabeth avrebbe sofferto in un matrimonio mal assortito, per questo l’unione che auspicava per lei doveva tener conto della comunione intellettuale, molto più che di tutto il resto. Che di certo lei nemmeno avrebbe immaginato. «Se la sta cavando a meraviglia, non credi anche tu?» Sua madre tenne lo sguardo su una delle coppie che danzavano in mezzo al salone, la figura di Elizabeth avvolta in un abito dalle tinte tenui che ne metteva in risalto la pelle perfetta. «Questo è il secondo ballo con Mr Crosswell.» «Il secondo?» Quando era avvenuto il primo? E perché lui non se n’era accorto? Colton adocchiò il gentiluomo in questione, studiando la distanza rispettosa che comunque teneva da Elizabeth e assumendo un cipiglio scontroso quando si accorse che entrambi sorridevano. «Oh, Marcus, se non ti vedessi con i miei occhi, direi che sei rimasto in campagna.» La canzonatura di sua madre colpì nel segno. In qualche modo era la verità, perché erano tornati a Londra da tre settimane, ma lui sentiva che la propria mente era rimasta a Haynes Manor. «La scorsa settimana, al ballo dei Thompson, sono stati presentati e hanno ballato una quadriglia. Come adesso.» Ricordava quella sera. Il primo vero ballo dopo una serie di cene formali e due serate musicali in cui Elizabeth si era dimostrata un’attrazione più interessante della musica. Tuttavia aveva perso il conto di quanti giovani si erano fatti avanti per conoscerla. «Due balli non fanno una dichiarazione» liquidò l’idea, aggiustando i polsini della giacca con un gesto secco. «Determinano a malapena un barlume di interesse.» «È anche vero che il ballo giusto accende l’interesse e porta a una dichiarazione.» Sua madre accennò un sorriso nostalgico e colmo di infinita tristezza. «A Daisy è bastato un valzer per innamorarsi del marchese di Brury. E lo stesso è accaduto a lui.» Dolore e vuoto scavarono un solco nel petto di Marcus. «Ciò che condividano era speciale.» «E così sarà per la nostra cara ragazza. Molti giovani sarebbero disposti a sposare Lady Whitmore, tuttavia Mr Crosswell potrebbe essere perfetto per Elizabeth.» «Di certo per lui lo è la sua dote. Crosswell è un secondogenito con una rendita nettamente inferiore a quella del fratello maggiore.» Ciò portò il cipiglio del duca a incupirsi e a fargli puntare un’occhiata cupa sul giovane. Avrebbe indagato sulle sue finanze il prima possibile. «Certi argomenti tienili per altri circoli» lo rimproverò la madre, il ventaglio usato per colpirlo sull’avambraccio. «E il cinismo non ti si addice, figlio mio. Mr Crosswell è un uomo per bene, a modo e dall’intelletto vivace. Di certo una buona scelta per la nostra Lizzie.» «Vedremo, madre. Quel che non capisco» aggiunse, l’animo sollevato quando sentì risuonare l’ultima nota della quadriglia, «è l’insistenza di Elizabeth per sposarsi.» «È giusto così, caro.» La madre sfilò il braccio da quello del figlio e nascose le labbra dietro al ventaglio aperto. «Io e Lizzie abbiamo avuto modo di parlare spesso del suo futuro ed entrambe siamo d’accordo sulla necessità almeno di guardarsi attorno. Ora, smetti di essere così arcigno e sorridi, o la nostra cara Lizzie crederà che per te sia un peso sostenere la sua stagione.» Marcus annuì e si sforzò di distendere l’espressione contrariata. Non lo infastidiva dover presenziare a tanti eventi sociali per il bene della sorella di suo cognato, né l’avere a che fare con i pupilli del ton, con madri e giovani donne alla ricerca di un marito. Quello che rabbuiava il suo umore era la certezza che tanti dei pretendenti di Elizabeth fossero amici suoi e del fratello, quindi ne conosceva pregi e difetti e sapeva quali avrebbero potuto catturare l’interesse della giovane ancor prima che le fossero presentati. Sapeva chi avrebbe rappresentato un degno partito per Elizabeth e chi invece era soltanto un perdigiorno. E quella sera nessuno degli ospiti che riusciva a scorgere rientrava nella prima categoria. Doveva indagare su quel Mr Crosswell, ma finché non vi avesse visto più chiaro su di lui, lo avrebbe tenuto d’occhio in ogni istante.

Henry Crosswell eseguì l’inchino e Lizzie si ritrovò a sorridere quando lui le porse il braccio per scortarla dalla sua chaperon. Chissà se Lady Haynes sapeva che lei e Henry erano amici sin da bambini; di certo non immaginava che la presentazione avvenuta due settimane prima non era stata altro che la scusa per rinnovare una conoscenza interrotta dagli anni di lutto. «Diventare grande ti ha anche resa aggraziata, Lizzie» la prese in giro Henry, mentre avanzavano in mezzo alle altre coppie. «Non credevo saresti mai diventata una brava ballerina.» «Potrei dire lo stesso di te, ma sappiamo entrambi che è solo merito mio se non mi hai pestato i piedi.» E delle lezioni di ballo che da piccoli seguivano insieme alle cugine di Henry. Lizzie e Alec erano cresciuti nella tenuta di campagna del padre, dove gli unici amici che frequentavano erano le figlie della grande dimora confinante, le lady Charlotte e Sarah Shift, e i cugini di quest’ultime, tra cui Henry, di un paio d’anni più grande di lei. Lizzie lo ricordava da bambino, con i suoi riccioli castani e le ginocchia sporgenti, mentre adesso si era trasformato in un giovane uomo dai tratti decisi e definiti, con labbra piene su cui era facile scorgere un costante sorriso. Henry emanava buon umore e per lei non era una sorpresa sentirsi così a proprio agio in sua compagnia. Poter ballare, poi, era un vero e proprio sogno, e farlo con lui stava diventando estremamente piacevole. Tra coloro che aveva conosciuto e ritrovato dopo il rientro a Londra, Henry Crosswell si stava dimostrando la compagnia migliore di tutte. «Devo riportarti dal duca e da sua madre? O vuoi un rinfresco?» Le premure dell’amico la fecero sentire al sicuro, e in vena di proporgli un piano folle. «Ti andrebbe una passeggiata? Qui o in terrazza, così possiamo chiacchierare ancora qualche minuto.» Gli occhi scuri di Henry guizzarono allegri, complici nel voler prolungare quel momento insieme. «Con molto piacere.» Lizzie apprezzò la sua compagnia, entrambi presi a scambiarsi racconti su ciò che ne era stato delle loro vite da quando si erano persi di vista, della ragione che li aveva riportati tutti e due nella capitale dopo anni passati in campagna. «Mi è dispiaciuto molto per tuo fratello e sua moglie» disse Henry, scortandola verso il parapetto della terrazza affollata da coppie e gruppi che come loro si godevano la frescura dei giardini. «Deve essere stato un duro colpo, immagino.» «Sì, molto.» Il sorriso di Lizzie si increspò ma non permise che vacillasse. Obbligò gli angoli delle labbra a restare sollevati e si sforzò di mantenere il tono leggero. «Però avere i miei nipoti di cui occuparmi ha reso gli ultimi anni un concentrato di impegni e amore.» «Sono bambini fortunati ad avere te a occuparsi della loro salute» Henry le strinse la mano, un gesto di conforto che avrebbe dovuto almeno sorprenderla per la sua intimità e che invece non la stupì affatto. Non quanto il tono incredulo delle parole che aggiunse subito dopo. «E a godere della protezione del duca di Colton. Tutto il ton sa quanto Sua Grazia tenga a loro, pur nelle condizioni che hanno portato a questo rapporto.» «Condizioni?» Henry si strinse nelle spalle, colpito dal tono seccato dell’amica. «Non era tenuto a farsene carico.» «Anche Sua Grazia è loro zio. Non vedo perché debba sorprendenti che si occupi di loro.» Forse sorprendente è che lo faccia anche con me. Il pensiero sibillino le restò incastrato al centro del petto, mentre il fastidio per ciò che Henry aveva detto la portò a stringere le braccia al petto. «Non perché è un uomo e un duca è esentato dai doveri verso la famiglia.» «Non era mia intenzione alludere a qualcosa di simile, Lizzie. Forse dovremmo cambiare argomento.» Henry le mostrò un sorriso affabile. «Non voglio rovinare questa serata.» Lizzie si ritrovò a mostrare un sorriso tirato, nascondendo la propria irritazione di fronte alla sufficienza con cui aveva chiuso l’argomento. O all’insinuazione che Marcus non fosse tenuto a occuparsi di Thomas e Alicia. «Da quanto non vedi Charlotte e Sarah?» «Qualche mese. Lo scorso giugno sono venute a trovarmi a Haynes Manor con la madre. Ho saputo che Charlotte si è fidanzata.» «Sì, con sir Alex Stratton. È l’erede del conte di Beaufort.» Entrambi restarono in silenzio per diversi minuti ma quando la voce di Crosswell interruppe la contemplazione dei giardini, Lizzie fu attraversata dalla consapevolezza di aver forse frainteso la compagnia del vecchio amico. Soprattutto quando aggiunse: «Immagino che il fidanzamento, poi il matrimonio, sia un’occasione unica per una giovane lady». «Dovrebbe esserlo anche per il fidanzato e futuro sposo, non credi?» lo incalzò. «Altrimenti quale senso avrebbe interessarsi al matrimonio?» Henry scosse appena la testa, un sorriso bonario a scaldargli i tratti. «Certo, ma credo sarai d’accordo che siete voi donne a trarne maggior gradimento. A noi basta avere una padrona di casa impeccabile e capace.» «Hai appena descritto la migliore delle governanti, Henry, non una moglie.» Esitò davanti a un tema così poco adatto a riportare la conversazione su un terreno neutrale. «Però sì, lo si attende sempre con ansia ed eccitazione. Un buon matrimonio è il sogno di ogni donna.» Il sorriso di Henry si approfondì. «Ed è anche il tuo, Lizzie?» Un campanello d’allarme le risuonò nelle orecchie, il ricordo di una vecchia promessa che si affacciò tra i suoi pensieri e la portò a voltare il viso verso il giovane uomo che le stava a fianco. Anni dimenticati le si riversarono addosso come pioggia insistente e improvvisa, mettendola di fronte a una possibilità che forse avrebbe messo fine alla sua ricerca dopo solo tre settimane. «Henry?» «So perché sei tornata a Londra e, anche se sono solo parole dette da un bambino, ciò che pensavo a dieci anni vale ancora adesso» commentò, guardandola dritta negli occhi. «Sarebbe un onore averti come moglie. Tienilo a mente, ti chiedo solo questo.» Lizzie, scioccata, poté solo annuire e accettare il suo braccio quando la invitò a fare due passi. Lizzie si lasciò guidare mentre indirizzava entrambi verso la portafinestra, diretti di nuovo verso il salone affollato e la sua chaperon. La piccola discussione aveva alterato il suo buonumore, portandola a chiedersi quanto fosse diversa la visione di Henry da quella che lei condivideva con Marcus, e ora il discorso sul matrimonio aveva sconvolto tutta la sua serata. Che fosse stata così eloquente nel mostrare le ragioni per cui aveva abbandonato Haynes Manor? Oppure Henry, nonostante fossero passati anni, ancora la conosceva abbastanza da capire cosa la spingesse a frequentare ogni serata a cui sapeva avrebbero preso parte anche gli scapoli più ambiti del ton? Le sue intenzioni non erano un mistero, ovvio, ma forse avrebbe potuto attendere di avere le idee un po’ più chiare sul proprio sogno prima di mettersi a stilare una lista di candidati adatti al matrimonio. Non che Henry non vi rientrasse, ma Lizzie avrebbe voluto godere di un po’ più di tempo per capire cosa desiderasse dal suo futuro sposo. E soprattutto per capire cosa le piacesse. Ora si ritrovava con un pretendente che nemmeno aveva preso in considerazione e una lista di dubbi che nemmeno riusciva a decifrare. «Ti ho sconvolta, vedo.» «Molto. Devo ammettere che non me l’aspettavo, non da te.» Strinse le dita attorno al suo braccio, consapevole solo in quel momento di quanto sembrasse sgarbata la sua risposta. «Non intendevo offenderti.» Henry rise. «Nessuna offesa, Lizzie. Ma spero mi terrai in considerazione quando avrai la tua lista di candidati per realizzare il matrimonio dei tuoi sogni.» «Se ne avrò una…» Si sentiva così persa e indecisa, all’oscuro di tutto ciò avrebbe dovuto tenere a mente per decidere chi sarebbe stato il marito più adatto per lei. «Ho così tanti dubbi in questo momento da non credere di poterlo mai ottenere, quel matrimonio.» «Se posso aiutarti in qualche modo» si offrì subito Crosswell, fermandosi per prolungare ancora un po’ il loro incontro, «non esitare a chiedere.» «Forse…» Si bloccò. No, non essere sciocca, Lizzie. Marcus direbbe che è un’idea stupida. Ma il duca non era lì e lui non capiva di cosa davvero avesse bisogno per trovare l’uomo adatto a lei, capace di stimolare la sua mente e la sua curiosità in ogni senso possibile. Magari Henry avrebbe potuto fare al caso suo. «Forse c’è un modo in cui puoi aiutarmi. E avere buone possibilità di trovarti su quella lista.» Gli occhi di Henry si illuminarono. «Tutto ciò che serve.» «Bene.» Lizzie esultò tra sé prima di sussurrare: «Allora vorrei essere baciata». 


Le sue stanze non gli erano mai sembrate tanto piccole. Marcus le trovava claustrofobiche mentre misurava a grandi passi la distanza che separava il letto dal camino. Avanti e indietro, il duca assomigliava a un impaziente leone in gabbia dalla criniera dorata spettinata, i cui pensieri caotici ripercorrevano gli eventi accaduti al ballo dei Crosswell ancora e ancora, alla ricerca di una ragione che spiegasse le ombre negli occhi di Elizabeth. L’aveva vista chiacchierare con Crosswell in terrazza dopo il loro ballo insieme; lui avrebbe voluto raggiungerli ma sua madre lo aveva trattenuto, certa non vi fosse nulla di sconveniente e che desse ai due giovani modo di conoscersi meglio pur sotto l’attento sguardo della buona società. Marcus aveva stretto i denti, per concedere a Elizabeth l’occasione di scegliere da sé come progettare il proprio futuro, tuttavia gli era servito tutto il proprio contegno ducale per restare nel salone e conversare con le lady che gli venivano presentate. Aveva chiacchierato e danzato, almeno finché non aveva perso di vista Crosswell, e con lui Elizabeth. Ricordò quei minuti di panico e furia cieca e sentì rimontare entrambe le emozioni, cruente, intense come se le stesse vivendo per la prima volta in quell’istante. Non era servito ritrovare la giovane accanto a sua madre per tranquillizzarsi. Perché anche se sorrideva e teneva viva la conversazione com’era solita fare, Elizabeth non sembrava felice, quanto piuttosto tesa e distante. Una volta rientrati, aveva cercato di capire cosa non andasse, ma lei si era ritirata con la scusa di un gran mal di testa. Era accaduto due ore prima e Marcus camminava avanti e indietro nelle proprie stanze da allora. Rivide l’ombra che aleggiava nei suoi occhi verdi e sentì il bisogno di bere. Attraversò la casa silenziosa diretto verso la biblioteca, e verso l’armadietto dei liquori che un suo antenato aveva nascosto dietro una delle librerie. Annegare il senso di impotenza nell’alcol era una pessima decisione, ma l’alternativa era irrompere nella camera di Elizabeth e obbligarla a raccontargli cosa avesse guastato il suo buonumore. E poi correre da Crosswell a chiedere soddisfazione. Perché, benché lei non ne avesse fatto accenno, Marcus era certo che fosse accaduto qualcosa con il giovane, qualcosa le cui conseguenze l’avevano sconvolta. Aprì la pesante porta di legno e la prima occhiata che diede all’interno lo fece restare bloccato sulla soglia. Il camino in fondo alla stanza riversava una luce calda sulle mensole e i ripiani colmi di libri antichi, le fiamme che scoppiettavano quiete e che lo sorpreso per la loro presenza. Avanzò di un passò e si ritrovò in impaccio, paralizzato dalla vista di una sagoma rannicchiata su una delle grandi poltrone, i giochi di luce del camino e le ombre della stanza che si inseguivano sul viso e sul corpo della giovane che contemplava il fuoco, e che sembrava non essersi accorta del suo arrivo. Impiegò diversi secondi a riprendersi dallo stupore e altri ne occorsero affinché il duca di Colton riuscisse a ritrovare la voce. Tuttavia, il suono che produsse gli ricordò un lamento strozzato. «Elizabeth?»

Lizzie ruotò il capo con calma, gli occhi che incrociarono quelli stupefatti di Marcus e poi lo osservarono nella sua interezza. La giacca da sera e il panciotto indossati al ballo erano scomparsi, il duca che per la prima volta le si presentava come un qualsiasi essere umano, in maniche di camicia arrotolate sulle braccia tornite, pantaloni sgualciti e una chioma ridotta a un caotico groviglio di ciocche scomposte. La vista la sorprese in modo positivo e un sorriso stanco le si disegnò sulle labbra quando tornò a guardarlo in volto. «Allora non siete sempre perfetto nemmeno voi, Marcus.» Lui ricambiò il cenno e Lizzie sentì finalmente la cappa di tristezza allentarsi, un vago barlume di luce in una serata altrimenti strana e priva delle rivelazioni che tanto aveva atteso. Si sentiva così sciocca, e sbagliata, una lady del tutto incapace rispetto al ruolo sociale che rivestiva. Tuttavia, quando il duca le si avvicinò, gli eventi delle ultime ore le sembrarono un po’ più tollerabili. Lì, in quella casa e con quella famiglia, almeno sapeva di poter essere sempre se stessa.


Lizzie sapeva di aver appena segnato la propria reputazione in maniera indelebile. Esporsi in quel modo, soprattutto a un evento pubblico, era una macchia impossibile da dimenticare e che, se scoperta, avrebbe spazzato via il suo buon nome, influenzando in modo negativo anche Marcus, ma soprattutto i bambini. E che Henry le avesse negato di soddisfare quella richiesta la metteva in una situazione ancora più precaria. «Si è rifiutato, immagino, visto ciò che ti ha detto.» Il tono di voce tirato di Marcus la spinse ad alzare lo sguardo, che non si era accorta di aver distolto. Il camino proiettava sul suo viso lingue di luce dai colori aranciati, i tratti marcati che emergevano tra le ombre ed esprimevano una risolutezza che Elizabeth sapeva appartenergli per natura, soprattutto quando si trattava di difendere qualcuno della famiglia. «Sì, e prima di riportarmi da tua madre si è assicurato comprendessi che un tale comportamento non era degno di una lady inglese. Come se essere per metà francese facesse di me un pezzo di carne quasi avariata.» Sbuffò, addolcendo tuttavia il proprio cipiglio quando si accorse che le sue parole avevano acuito il malumore di Marcus. «Non devi preoccuparti. Sentirmi inadeguata come lo sono stata questa sera mi permetterà di non commettere di nuovo lo stesso errore. Credo che i consigli di mia madre in campo sentimentale non siano del tutto canonici, quantomeno per la buona società inglese.» A quel suo tentativo di alleggerire la tensione seguì un lungo silenzio, nel quale il duca continuò a studiarla con gli occhi velati da strane emozioni. Mai prima di quella sera erano stati così vicini, né lo erano stati per così tanto tempo, tuttavia non c’era imbarazzo tra loro. Anzi, più il tempo passava più la complicità cresceva. Finché poi Marcus si riscosse dal proprio esame. «Non sei inadeguata, Elizabeth» disse, la voce bassa e piena. «Né lo è la tua educazione. Solo…» Quando lui esitò, Lizzie sorrise mesta. «Solo non avrei dovuto chiederglielo, lo so. Devo ammettere che l’idea di sposarmi ha causato più confusione che altro. Ma dopo ciò che mi ha detto Henry, ho iniziato a pensare che non sapevo cosa volessi dal mio futuro marito, non davvero.» «E chiedergli di baciarti ti è sembrata una buona idea?» domandò e un leggero divertimento riuscì a farsi strada tra le sue parole. «Forse iniziare con una passeggiata a Hyde Park o un invito per un tè sarebbe stato più consono.» «Ma meno illuminante. Secondo mia madre si capisce di più se si è affini a un gentiluomo dopo averlo baciato, invece che dopo una serie infinita di conversazioni su argomenti del tutto privi di importanza.» Il cuore di Marcus ebbe un tuffo e il duca si ritrovò a sorridere, pur nella totale sconvenienza di quella precisa conversazione. «La duchessa di Charville dimostra ancora la propria forza d’animo, vedo. Ma sì, da un certo punto di vista credo abbia ragione.» «Potresti essere l’unico nobile da questa parte della manica a pensarla in questo modo.» «Sono felice che sia così» ammise lui, serrando per un secondo la stretta attorno alle dita di Elizabeth. «E che Crosswell sia stato tanto saggio da non assecondarti.» Non appena finì di pronunciare quella frase, Marcus si accorse di quanto potesse suonare severa rispetto alle azioni di Elizabeth. Non era sua intenzione criticarla, per quanto l’idea di ciò che sarebbe potuto accadere tra lei e Crosswell lo rendeva nervoso e irascibile; eppure da quelle parole, sembrava quasi esprimere comprensione per le ragioni che avevano spinto il giovane a non baciarla. Come se anche lui le condividesse. «Perché?» la domanda di Elizabeth lasciò trasparire tutta la sua mortificazione, ma anche una certa rabbia. «Sarebbe così terribile, l’idea di fare ciò che ho chiesto? Sarebbe un tale sacrificio?» Signore, fa’ che non risponda, implorarono i pensieri successivi di Lizzie. Se le avesse risposto in modo affermativo, era già pronta a preparare la propria valigia e a rifugiarsi in Francia per il resto dei suoi giorni. Pur di non lasciare il tempo a Marcus di rispondere, fu lei a continuare a parlare: «Ogni donna sogna di essere baciata e non capisco cosa la società e il ton vi trovino di scandaloso. Né trovo giusto che a voi sia tutto permesso, ed esentato dal rimprovero sociale.» «A… noi?» Marcus si sentì perso, anche se aveva compreso a cosa alludesse. Nessuno trovava strano se un uomo chiedeva ciò che aveva cercato Elizabeth, tuttavia che fosse proprio lei a parlargliene lo aveva svegliato di colpo. In tutti quegli anni non si era accorto, o aveva preferito non vedere, quanto quella giovane fosse cresciuta. Era una donna e lui non aveva il diritto di mettere in discussione le sue motivazioni, qualsiasi esse fossero. Non spettava a lui farlo, neppure se si trovava a fare le veci di Alec. Neppure se sapere che avrebbe potuto essere stata baciata da un qualunque, presunto gentiluomo lo riempivo di disappunto. «Sì, voi, i perfetti e titolati pari del Regno! Voi uomini siete così pieni di voi stessi da non accorgervi di quanto anche le donne abbiano diritto di decidere da sole come vogliono condurre la loro vita. Vi sbagliate tutti e adesso lo dimostrerò.» Marcus avrebbe voluto spiegarle che Mr Crosswell non era titolato, né che quel discorso valeva per lui, in quanto non le avrebbe mai imposto alcuna decisione. Tuttavia gli fu impossibile anche solo muovere un muscolo. Perché la rabbia di Elizabeth sfociò nel più imprevedibile e rapido dei movimenti; nel giro di un secondo, il decimo duca di Colton si ritrovò accovacciato davanti al caminetto della biblioteca, incredulo e paralizzato. Mentre Elizabeth lo baciava.


E fine! Scusate se mi sono dilungata, ma questi due personaggi non volevano proprio lasciarmi finire 😊 Spero che questo nuovo pezzetto dalla storia di Elizabeth e Marcus vi sia piaciuto. In ogni caso, vi aspetto nei commenti per leggere le vostre impressioni.

A presto Federica 💋

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