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  • fedecaglioni

Crossberry Park [Parte 1]

Buongiorno 😊

Faccio ritorno dopo una settimana di assenza non programmata (causa malanni e impegni universitari) con la prima parte di un racconto che sarebbe dovuto uscire per la fine della scorsa settimana. Domani riprenderanno le recensioni e spero di non dovermi assentare più di tanto, anche se da adesso fino a luglio gli impegni legati agli esami saranno sempre più fitti… Cercherò di essere presente il più possibile!

Oggi, però, il “palco” spetta a Jane Yates, giovane direttrice di Crossberry Park, una scuola speciale e molto, molto indebitata!

Il giardino era tranquillo, pervaso dal silenzio soleggiato di uno dei primi mesi estivi. Di tanto in tanto, qualche ape indaffarata le ronzava intorno, riempiendo il silenzio del pomeriggio con il suono laborioso di chi, da una stelo all’altro, passava la propria esistenza alla ricerca del nettare migliore. L’ora del pranzo era passata da un pezzo, scivolata via senza che lei se ne accorgesse e senza che qualcuno giungesse a ricordarle che, per le regole dell’Accademia, tutti erano chiamati a prendervi parte, soprattutto quando il loro principale benefattore visitava l’istituto. Capitava di rado, molto di rado, ma quando quell’uomo metteva piede a Crossberry Park, nessuno poteva assentarsi dai pranzi e dagli eventi ufficiali, nemmeno per una buona causa, né tantomeno per una malattia mortale. Ma Jane non aveva una scusante. Non rischiava nemmeno di morire presto. Semplicemente, era giunta al proprio limite e sapeva che se avesse preso parte al pranzo, costretta a sedergli accanto a causa del suo ruolo di direttrice, avrebbe di certo fatto qualcosa di imperdonabile. Nella migliore delle ipotesi, avrebbe finito con lo svuotare la brocca dell’acqua sulla sua testa. Decisamente, non un buon esempio da dare ai suoi quasi duecento studenti. Perciò aveva scelto di assentarsi e sospirò sconsolata al pensiero che, presto, la pace sarebbe finita e lei avrebbe dovuto fare ritorno all’istituto. Presto, sì, ma non ancora. Le restavano alcuni minuti di completa solitudine ed era decisa a goderne il più a lungo possibile, prima di far fronte all’ingombrante presenza dell’individuo che aveva in mano la sua sorte e quella dei suoi ragazzi e ragazze. Perché da due anni, nonostante la sua fosse una delle accademie più longeve della nazione, Crossberry Park era pesantemente a corto di fondi e la sua sopravvivenza dipendeva interamente dalla consistente quantità di donazioni che quell’uomo versava ogni anno, nonché da un’altrettanto carica lista di regole e obblighi da seguire, pena il ritiro dei soldi così necessari e il fallimento del suo sogno. Messi da parte i sogni e le ambizioni con cui era arrivata due anni e mezzo prima, Jane aveva capito in fretta con quale tipo di avvoltoio avesse a che fare, eppure si era rimboccata le maniche e aveva fatto tutto ciò che poteva per fingere che non lo trovasse insopportabile, né che i suoi continui appunti sulla gestione degli studenti mirassero a screditarla. Si era dimostrata ligia alle regole. Almeno fino a quel giorno e all’ultima nota ricevuta. Con uno sbuffo ripenso all’e-mail di quella mattina e al tono di sufficienza con cui le aveva ricordato dell’imminente scadenza del suo tempo e di come avrebbe voluto affrontare il discorso durante il pranzo. Si era trattenuta a stento dallo scaraventare il portatile contro il muro dell’ufficio. Edmund Crowling aveva la capacità di irritarla anche a distanza, un talento non indifferente e ben più sorprendente di quelli dei ragazzi. Anche i peggiori studenti erano degli angeli, se messi a confronto con lui. Eppure sapeva che presto avrebbe dovuto affrontare lui e i problemi economici che da mesi la tenevano sveglia, proprio come sapeva di non poter chiudere il discorso senza nemmeno fare un tentativo. Per questo si era rifugiata nel giardino, tra i fiori e gli alberi così a lungo coltivati per creare un angolo di pace per se stessa e per i ragazzi, quelli che l’avevano aiutata a prendersene cura. Era certa che lì, nel luogo che meglio esprimeva le qualità di Crossberry Park, avrebbe saputo trovare una soluzione. Un colpetto di tosse, palesemente seccato, la sorprese e alzandosi dalla panchina su cui era seduta, Jane si ritrovò a incespicare nei suoi stessi piedi. Fu solo una presa decisa sul gomito che le impedì di ritrovarsi per terra, accasciata davanti alle scarpe più irritanti che esistessero. Mai, per nessuna sfortunata svista, sarebbe caduta ai suoi piedi. «Mr Crowling» Lo salutò sorpresa, raddrizzandosi e ritraendo il braccio dalla sua stretta come dalla bocca di un predatore pronto a divorarla. E lo era, geneticamente nato e cresciuto per schiacciare gli avversari e costruire la sua fortuna su di essi. «Miss Yates» Jane raggelò. Il suo cognome, era bastato il suo cognome, pronunciato con quell’accento così americano, a darle i brividi, perché da solo era riuscito a esprimere tutto il biasimo che, incredibilmente, non traspariva mai dal suo viso. Anzi, nessuna emozione alterava mai i suoi tratti. Il volto di Crowling era una maschera impassibile di una bellezza sconvolgente. E questo, a Jane, dava altamente sui nervi. «Posso esserle d’aiuto?» Nella sua voce si leggeva tutta la volontà di non mettersi a sua disposizione, quanto il fastidio per esserselo ritrovato davanti. Non la sorprese vedere che le spalle di lui si irrigidirono ancora di più. «Sa che ore sono?» Era una domanda retorica, tuttavia Jane alzò il polso e, sforzandosi di sorridere conciliante, lesse ad alta voce l’ora indicata dalle lancette del suo orologio. «Le 14:35. Ha bisogno di altro?»

Sentì Crowling digrignare i denti. Era sciocco innervosirlo, in fondo il suo lavoro e la sua sopravvivenza dipendevano da lui, però non poteva farne a meno, almeno tanto quanto lui non poteva smettere di considerare lei e l’Accademia uno spreco di tempo e di denaro. «Credo abbia ricevuto la mia e-mail» Jane si sentì studiata mentre le ricordava il motivo per cui non aveva voluto incontrarlo prima e subito vide un sorriso soddisfatto attraversargli il viso. «Sa che avremmo dovuto parlare della situazione» «Sì» si disse che era inutile negare l’evidenza, non quando ormai non aveva più modo di farlo. «Se vuole seguirmi, rientriamo nel mio ufficio e…» «Non c’è tempo» la liquidò con un gesto. «Le ho scritto che sarei ripartito subito dopo il pranzo. È già tardi, per tutto» Capì subito quanto fosse una sentenza definitiva, non solo per quel pomeriggio, ma per la stessa esistenza di Crossberry Park. Edmund Crowling aveva decretato la loro fine nell’istante esatto in cui aveva messo piede lì per la prima volta e in quel momento la stava solo sancendo, senza provare il minimo rimorso. Senza nemmeno pensare a tutti quegli studenti che a causa sua avrebbero perso l’opportunità di migliorare loro stessi e di costruire un futuro più brillante. Fu quasi per sbaglio, se non forse per cercare un qualche segno di umanità in lui, che alzò lo sguardo e lo incrociò con il suo. Vedere quanto fosse infastidito e teso, quanto poco fosse toccato dalle conseguenze che avrebbero cambiato le vite di chi a Crossberry Park ci viveva, le fece perdere la calma che tanto aveva voluto preservare. «Lei è davvero un grande e incredibile…» Voleva urlargli contro tutto quello che aveva pensato di lui in quei mesi, ma furono i volti dei suoi studenti a fermarla. Non si era accorta che Crowling non era il solo a essere uscito in giardino. Qua e là intravide le espressioni scioccate non solo dei suoi colleghi, ma anche delle ragazze e dei ragazzi che tanto aveva a cuore. Così, d’istinto, lo afferrò per la manica del completo e si ritrovò a trascinarlo verso la porta della serra dove, qualche pomeriggio alla settimana, insegnava ai ragazzi come prendersi cura delle piante e dei fiori che tanto adorava.

Ancora non so quando, ma ci sarà una seconda parte. Per ora spero che questa vi sia piaciuta 😊

Grazie per essere stati da me!

A domani Federica 💋

#CrossberryPark #giardino #racconto

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