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Storytelling Chronicles #22

Buongiorno e buon sabato!

Ebbene sì, questa settimana pubblicazione eccezionale nel weekend per partecipare anche questo mese alla rubrica di scrittura creativa della Storytelling Chronicles! Come ormai saprete, ma che ci tengo a ricordare, la rubrica è stata creata da Lara di La Nicchia Letteraria e il banner grafico è stato realizzato da Tania di My Crea Bookish Kingdom ❤︎

Il tema di questo mese prevedeva di scrivere un racconto come one shot, vale a dire una storia con un inizio e una fine ben definiti, senza cliffhanger di sorta o rimandi a future riapparizioni per concludere gli eventi raccontati. Quindi, perché quest’idea di racconto mi è un po’ difficile da portare avanti di solito, ho pensato di concludere la storia di Audrey & Nate iniziata lo scorso mese nel racconto Starcreek High! Diciamo che le cose sono andate un po’ in modo imprevedibile… Però giuro che il finale è un vero finale!

Buona lettura!

Fino all’ultimo respiro

Marcio avanti e indietro nella sala d’attesa dell’ospedale, in ansia come non lo sono mai stata. La mamma di Nate è ancora attaccata al cellulare con non so quale chirurgo ortopedico, mentre suo padre se ne sta seduto nella zona d’attesa. Non ho mai visto Fred Coleman sbiancare in vita mia, mentre adesso un cadavere sarebbe più colorito e roseo della sua faccia. Lui era alla partita, l’infortunio lo ha visto con i propri occhi. Io ho guardato i video che hanno postato tutti gli studenti della nostra scuola… e quelli dell’altra. Perché che due giocatori della stessa squadra si siano pestati in campo durante la finale regionale è tanto assurdo da dover essere registrato e condiviso da chiunque! Mi si è stretto lo stomaco centinai di volte nel guardare la scena, anche senza sentire l’urlo straziante di Nate mentre Derryl gli ha affondato il piede sul ginocchio, girandolo in una posizione quasi impossibile. Adesso siamo bloccati in ospedale da due ore senza sapere come sta e come sta andando l’operazione. «Non mi interessa se è l’equipe migliore dello Stato e lo stanno già operando» sbraita Mrs. Coleman al telefono, «io voglio che mio figlio sia seguito da lei! Deve alzare il culo da Boston e venire qui. Adesso!» Al suo tono sussultiamo sia io sia suo marito, le cui mani tremano appena. Me ne sono accorta solo adesso e quando lui intercetta la direzione del mio sguardo abbozza un sorriso tirato, le dita che vanno a tamburellare sulla poltroncina accanto alla sua. Lo raggiungo e mi siedo alla sua destra, gesto che lo porta a sorridere con gratitudine. «Claire detesta restare con le mani in mano» mi spiega quasi come se il comportamento di sua moglie avesse bisogno di una giustificazione. «Ed è sempre stata molto protettiva con Nate.» «La capisco, davvero. Se ci fossi io di là, mia mamma farebbe lo stesso.» La mia super mamma infermiera, che ha preso in carico Nate appena l’ambulanza lo ha portato qui. «Quando saprà qualcosa ci avviserà.» Mr. Coleman annuisce, prima che i suoi occhi tornino a fissare il corridoio oltre il banco del reparto, vitrei e spenti. Se sua moglie strepita e grida, la sua calma glaciale dà i brividi. Ma li capisco, hanno solo Nate e negli ultimi due mesi in cui ci siamo frequentati ho visto quanto amano il figlio. Farebbero di tutto per lui. Anche io lo farei e se non fosse più importante essere qui per quando si sveglierà, andrei a cercare Derryl. Non sono una persona violenta, ma quando è troppo è troppo. Quell’imbecille può aver compromesso il futuro di Nate e non lo perdonerò mai per ciò che gli ha fatto. L’attesa è stressante, ma alla fine vedo mia mamma svoltare l’angolo. Ha un’espressione neutra, la maschera che tiene al lavoro ben in posizione anche se i suoi occhi mi parlano quando incrociano i miei. “Sarà dura” sembrano dire, “ma se la caverà”. «Claire, Fred» li saluta mentre entrambi scattano sull’attenti e la assediano. Io resto un po’ più indietro ma non manca di rivolgermi un cenno. «Tesoro.» «Joanne, come sta? È in sala operatoria?» «Sta bene ed è appena rientrato in camera. Tra poco arriverà il chirurgo per aggiornarvi sull’operazione, ma sembra essere andato tutto per il meglio.» Mamma incrocia le braccia al petto e mi scocca un’occhiata veloce. «Ha chiesto di vedere subito Audrey. E di farvi sapere che non sporgerà denuncia contro Derryl.» Vero, sua madre ha contattato chiunque poteva mentre venivamo qui e ha espresso quell’eventualità a Nate mentre la barella lo trasportava in mezzo al pronto soccorso. Non credevo l’avesse sentita ma deve essere così. «Non ha senso!» esplode sua mamma, ma la mia è già pronta a chiamarsi fuori dal suo sfogo indignato alzando le mani. «Ambasciator non porta pena, Claire» le ricorda con complicità, loro che erano amiche al liceo, per poi guardare me. «Vieni?» Mi volto verso i genitori di Nate per chiedere loro il permesso e quando annuiscono, seguo la mamma lungo il corridoio, il suo sospiro tirato che mi coglie di sorpresa e un po’ mi allarma. «Mamma?» «Il suo ginocchio rischia grosso, tesoro.» Non ci gira attorno e la adoro per questo, anche se fa male sentirla parlare così. «Può guarire bene e farlo senza lasciare troppe conseguenze, però ci vuole tempo. Tanto, più di quello che potrebbe essergli concesso e che potrebbe accordarsi Nate stesso.» «I dottori lo faranno ragionare» replico, consapevole che forse non basterà. «E anche Coach Baxter.» «Spero tu abbia ragione, amore.» Mi abbraccia forte un attimo prima di lasciarmi davanti alla porta di Nate. «Sii forte, Audrey Pankhurst Johns, e convincilo a darti ascolto.» Mi lascia sola e resto con più dubbi di prima perché Nate sa essere irremovibile quando si mette in testa qualcosa. E se mamma crede che debba convincerlo, allora non partiamo con il piede giusto. Mi faccio coraggio con un’ultima occhiata verso la schiena sempre più lontana della mamma, poi raddrizzo le spalle, inspiro ed entro. La prima cosa che noto è l’impalcatura e la gabbia in cui sono bloccati il ginocchio e la gamba di Nate, poi arrivo al suo viso sfatto e scavato, la tristezza e la rabbia racchiuse nei suoi occhi scuri mentre mi osserva chiudermi la porta alle spalle. «Quanto sta delirando mia madre?» chiede, le labbra che accennano un sorriso ma prive di qualsiasi allegria. Fa male vederlo così, una stilettata dritta al mio cuore che lo fa sanguinare. Ma devo essere forte, da adesso in avanti, per tutti e due, soprattutto per Nate. «Ha detto a un eminente chirurgo ortopedico di “Muovere il culo” e venire qui. Dà abbastanza l’idea?» «Abbastanza, sì.» I suoi occhi scuri scivolano sul ginocchio bloccato per mezzo secondo. «Quanto è orribile?» «Sai che non…» faccio per dire ma le sue iridi scure e ombrose mi inchiodano ai piedi del letto. «Audrey, niente stronzate. La verità.» Chiudo le palpebre e la tentazione di togliere gli occhiali per sfregarle con forza per l’irritazione è altissima. Non so neppure io perché sono irritata, tuttavia vedere Nate così è ingiusto. Come sentirlo parlare in questo modo. «Avrai anche quasi diciotto anni, ma il linguaggio scurrile non ti si addice» mi sfugge quando torno a guardarlo, tuttavia il rumore secco che faccio con la sedia mentre la sposto per sedergli accanto gli impedisce di replicare. «Non è orribile, Nate, davvero. È difficile. Mia mamma dice che ti servirà tanto tempo.» «Non ce l’ho, tanto tempo» dice, il veleno che stilla dalle sue parole come mai gli ho sentito fare. «Merda, è andato tutto a rotoli! Tutto!» «Non dire così» lo rimprovero, le mie dita che gli stringono la mano per dargli sostegno. «Ti riprenderai e tornerai a giocare.» «Un osservatore degli Harvard Crimson1 è venuto a parlarmi prima della partita» mi rivela mentre toglie la mano dalla mia e se le passa entrambe sul viso. «Sanno che ho fatto domanda lì e in altre due università, ma è venuto a dirmi che mi avrebbero offerto una buona borsa di studio e un posto da titolare in squadra sin da subito. Che avevo la lettera di ammissione già in tasca, che… che…»

La voce gli si pezza e lo vedo premere i palmi sugli occhi per nascondere le lacrime. Anche io piango, per il suo dolore, per le possibilità che in questo momento sente di aver perso a causa dell’infortunio. Mi fa male sapere di non poter alleviare il suo dolore, di non poter allontanare i pensieri negativi e dargli una speranza. «Non sai se la ritireranno» azzardo, ma Nate mi fulmina nel giro di un millisecondo. «Ha visto la rissa dagli spalti, Audrey» dice, lapidario. «Quando mi hanno portato via sulla barella, era al telefono. Con chi credi stesse parlando, Audrey? Con Babbo Natale, per chiedergli di regalarmi un ginocchio nuovo?» La sua cattiveria mi spiazza e fa arrabbiare. «Non è con me che devi prendertela. Non te l’ho rotto io il ginocchio.» Nate soffia mezza risata, un suono colmo di acredine. «Certo che no. Tu non fai o dici nulla che non sia giusto, vero? La specchiata Audrey Johns non sbaglia mai.» Credo di fissarlo a bocca aperta, incredula e a corto di parole, perché le labbra di Nate si trasformano in un ghigno che mi fa venire i brividi. È irriconoscibile, il ragazzo che mi ha baciata e ha detto che saremmo rimasti insieme per sempre con la stessa bocca che adesso si apre per ferirmi. Non ne capisco il motivo, né lo riconosco. «Nate, cosa…» «Sai» mi zittisce, «questa volta invece è colpa tua, Audrey. Perché se non avessi fatto espellere me stesso e Derryl dalla squadra per difendere te, adesso staremmo entrambi festeggiando la vittoria. Non mi avrebbe preso a pugni davanti a tutti, convinto che avessi deciso di mandare all’aria la nostra scommessa per te.» Mi gira la testa, le orecchie ronzano e il cuore batte troppo forte da non farmi capire cosa sta dicendo. Non ha davvero detto che… No, non è così meschino. Nate è stato il mio migliore amico e adesso è il mio ragazzo. «Tu… Non è vero. Tu lo hai preso a pugni, tu… noi…» «Io, io, io» mi fa il verso, meschino. «Che c’è, la grande Panky è rimasta senza parole? Tranquilla, le ho io per entrambi. Non è mai stato vero, l’essere il tuo ragazzo e le stronzate che ti ho rifilato negli ultimi mesi. Faceva tutto parte di una scommessa con quel cretino di Derryl. Solo che sono stato un po’ troppo credibile…» Resto paralizzata per un secondo sulla sedia, convinta che sia tutto uno scherzo. Adesso scopro che sta straparlando per effetto dell’anestesia e che è tutta una bugia. Non è vero, non può esserlo. Poi però arriva una piccola vocina a sussurrarmi che avrei dovuto saperlo. Dopo anni passati a ignorarmi, perché il meraviglioso Nate Coleman avrebbe dovuto ammettere di essere interessato a me? Era impossibile. Avrei dovuto capirlo. E sì che non sono stupida… «Quando è iniziata?» Come riesco a tenere la voce ferma è un miracolo, ma non vacilla e ne sono grata. «Da quanto va avanti la tua farsa?» Sottolineo l’evidenza ma vederlo sussultare appena davanti alla prova che per me è sempre stato tutto vero è una piccola soddisfazione. Una che però mi fa sprofondare il cuore nel petto. «Sapevo già che ti avevano rotto gli occhiali dopo la scuola e che Derryl era finito col culo per terra. È lì che è nata la nostra scommessa. Dovevo uscire con te e poi piantarti davanti a tutti. Meglio, davanti a tutta la scuola durante le festa per la vittoria di oggi.» «Ma sei stato così bravo a recitare che ci ha creduto anche il tuo amico» continuo da sola, atona. «Beh, Nate, se con il basket hai chiuso, puoi rifarti come attore. Ho creduto che fosse vero per tutto il tempo. Davvero, complimenti!» Grondo sarcasmo, meglio questo che le lacrime che sento comunque pungermi gli occhi. Ho voglia di piangere, di cercare mia mamma o di chiamare Violet e urlare, per poi scoppiare in un pianto a dirotto mentre la mia migliore amica mi consola con un’infinità di minacce rivolte a Nate. Vorrei sparire seduta stante, sprofondare nella proverbiale voragine che però non si aprirà mai sotto i piedi di nessuno. Ma no, non accadrà; non crollerò davanti a un primate decerebrato che è stato e ancora è tutto il mio mondo. Con la vista annebbiata mi alzo, una calma irreale che mi avvolge mentre ripongo la sedia e gli occhi mi scivolano sul ginocchio di Nate. Non ho più un cuore, lo ha appena fatto a pezzi il cretino sdraiato davanti a me, eppure il vuoto al centro del mio petto si contrae, addolorato per lui e le difficoltà a cui andrà incontro. Poi realizzo una cosa abbastanza ovvia. «Per questo non vuoi denunciare Derryl, così lui non dirà della scommessa e i tuoi non sapranno che il loro adorato figlio è uno stronzo di prima categoria.» Non nega né conferma, però riesco a leggergli la verità in faccia. «E se fossi io a dirglielo?» «Non lo faresti mai» obietta subito, ma c’è, giù nel profondo della sua sicurezza, una piccola scintilla di dubbio che gli fa posare gli occhi su di me. «Non lo farai.» Più che esprimere sicurezza, però, la sua affermazione suona quasi una domanda. Vorrei davvero tanto lasciarlo con questo tarlo, andarmene senza una replica se non uno sguardo sprezzante e lasciargli il dubbio se dirò o no a suo padre e sua madre che tutto questo è accaduto per colpa dello stesso Nate. Tutta l’ansia, il dolore e la preoccupazione che stanno vivendo sono colpa sua e dovrebbero saperlo. Davvero, dovrebbero. «Sono migliore di te» dico, un passo indietro verso la porta. «E il karma ti ha già dato la tua punizione, sembra. I tuoi genitori non meritano altro dolore. È solo per loro se non dirò nulla.» Alla fine mi volto e copro il resto della distanza che mi separa dalla mia via di fuga. Sono Audrey Pankhurst Johns, porto il nome di una donna che ha fatto la storia e mi rifiuto di lasciare che Nate vada la distruzione che si è lasciato alle spalle. Perché non sono disposta a cadere davanti a lui, ma ciò non significa che non avverrà lo stesso. Ma lo sento! Sento la sua maledetta voce che mi chiama e mi sfugge un singhiozzo. Perché sono a un passo dalla salvezza e mi fermo, la mano stretta attorno alla maniglia che trema, in attesa che lo ripeta di nuovo. «Audrey, io… in bocca al lupo per l’ammissione alla Columbia2.» «Va’ al diavolo, Nate.» Esco senza attendere altro, i piedi che mi portano lontano dal ragazzo che mi ha cambiato la vita in ogni senso possibile. Non ricordo di passare davanti ai suoi, né di sentirli chiamare il mio nome; ho la testa che vacilla e il cuore pronto a scoppiarmi di dolore mentre attraverso l’ospedale e finisco per gettarmi tra le braccia della mamma. Forse mi chiede cos’è successo, o perché piango e non riesco a smettere, però non ce la faccio a rispondere. Sento solo il vuoto al centro del petto e i singhiozzi che mi scavano l’anima. C’è posto solo per questo e per un pensiero che diventa una vera e propria ancora di salvezza. Nate Coleman mi ha distrutta e lo odio per questo. Odio Nate Coleman. E continuerò a odiarlo fino al mio ultimo respiro.

1. Harvard Crimson è la squadra di basket della Harvard University, una delle università della Ivy League, cioè tra le più prestigiose degli Stati Uniti d’America, che gioca nella prima divisione della NCAA (National Collegiate Athletic Association), organizzazione che gestisce le attività sportive degli atleti iscritti ai programmi sportivi dei college e delle università negli Stati Uniti e in Canada. 2. La Columbia University di New York City, altra università appartenente alla Ivy League.

Devo dirvi che mi dispiace per questi due personaggi, ma il finale si è praticamente scritto da solo! Fatemi sapere come vi è sembrata questa storia e se avreste voluto andasse in modo diverso.

Federica 💋

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