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Lost in Translation : Bernard Chambaz

Buongiorno 😊

Come avrete notato, questo Lost in Translation è più frequente e, praticamente, ve lo propongo tutte le settimane. Spero che vi stia piacendo come proposta (se vi annoia, ditemelo che si cambia 😉) e anche per oggi ho scelto un brano preso dal mio corso di traduzione!

Questa volta è un’opera di narrativa, tratta dal romanzo Martin cet été di Bernard Chambaz, in cui l’autore si accinge a descrivere come sia cambiata la sua vita, e quella della sua famiglia, dopo la morte del figlio Martin in un incidente. Lo spezzone che vi voglio far leggere segue la dichiarazione dell’autore di voler parlare della scomparsa di suo figlio in un modo diverso da quello utilizzato fino a quel momento, per descriverne la perdita attraverso la rappresentazione che si crea all’interno di un romanzo. Ed ecco cosa scrive poi:


Rischio, forse, di provocare del disagio se non addirittura della paura. Le ho già osservate qui e là in coloro che non ne vogliono sentir parlare (Coraggio! Non c’è che dire!), che vi tendono la mano per tenervi a distanza (e senza dubbio le loro sono ottime ragioni). Rischio anche andare incontro a un rimprovero: la mancanza di pudore. Ma non c’è impudenza se non questo puro scandalo, la morte di un figlio. Tanto più che queste pagine non faranno che suggerire in ogni momento l’entità del disastro, la profondità dell’abisso in cui cadiamo (quelle ore in cui abbiamo pianto, come delle bestie, sguazzanti, degradate a livello dell’inumano, quelle ore in cui, avendo smesso di piangere, restiamo prostrati: quegli accessi in cui le lacrime ricominciano, ci assaliscono come i demoni dell’Apocalisse). Quale convenzione sociale o morale pretende che si debba dissimulare i propri sentimenti, rifiutare di riconoscere il proprio simile in colui che soffre? […] E come tacere un simile evento, che sarà, di certo, il più grave della mia vita? Come, davanti agli stessi occhi dei miei tre figli, parlare d’altro? Soffrire in silenzio, si dice. Ecco come passo la maggior parte del mio tempo, intollerabile eppure bisogna sopportarlo perché non abbiamo scelta; se queste non sono che alcune parole dette a chi sa ascoltare, alcune parole scritte per coloro che sapranno leggere, delle parole come i bambini del coro di Soutine, malaticce, ossia impotenti e tormentate, “nel bisogno”, delle parole bisognose quale che sia il lampo che per il momento le trasporta. Se scrivo è innanzitutto per amore. Per Martin; che altro posso fare per lui adesso? È anche, forse, al fine di non soccombere all’ebetudine, a questo crollo che vi lascia instupiditi, muti come una tomba; al fine di far vivere le parole (quelle antiche, quelle nuove) con ciò che stiamo vivendo.

E qui l’originale:

Je risque, peut-être, de provoquer la gêne voire la peur. Je les ai déjà observées ici ou là chez ceux qui ne veulent pas en entendre parier (Courage ! y a rien à dire !), qui vous tendent la main pour vous tenir à l’écart (et sans doute leurs raisons sont-elles bonnes). Je risque aussi d’encourir un reproche : le manque de pudeur. Mais il n’y a d’impudeur que ce pur scandale, la mort d’un enfant. D’autant que ces pages ne feront que suggérer l’étendue à tout instant du désastre, la profondeur du gouffre où nous tombons (ces heures où nous avons pleuré, comme des bêtes, vautrés, ravalés au rang de l’inhumain, ces heures où, ayant cessé de pleurer, nous restions prostrés ; ces accès où les larmes nous reprennent, nous assaillent comme les démons de l’Apocalypse). Quelle convention sociale ou morale prétend qu’il faille dissimuler ses sentiments, refuser reconnaître son semblable dans celui qui souffre ? […] Et comment taire un tel événement, qui sera, a coup sûr, le plus grave de ma vie ? Comment, aux yeux mêmes de mes trois enfants, parler d’autre chose ? Souffrir en silence, dit-on. Voilà bien ce à quoi je passe le plus clair de mon temps, intolérable et pourtant il faut le tolérer parce que nous n’avons pas le choix, si ce n’est quelques mots dits a ceux qui savent écouter, quelques mots écrits pour ceux qui sauront lire, des mots comme les enfants de choeur de Soutine, souffreteux, c’est-à-dire démunis et tourmentés, « dans le besoin », des mots nécessiteux quel que soit l’éclat qui par moments les porte. Si j’écris, c’est d’abord par amour. Pour Martin ; que puis-je faire d’autre pour lui aujourd’hui ? C’est aussi peut-être afin de ne pas succomber à l’hébétude, à cet effondrement qui vous laisse stupide, muet comme une tombe ; afin d’habiter les mots (les mots anciens, les mots nouveaux) avec lesquels nous vivons.

Come sempre, mi farebbe super piacere sapere come vi sembra la mia traduzione 😊

Grazie di essere passati!

Federica 💋

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